Marcel Duchamp, la puzza di water in un museo

Marcel Duchamp, la puzza di water in un museo

di Beatrice Morelli- 16 novembre 2020

Noto a tutti come un inguaribile voyeur, Marcel Duchamp vanta una produzione artistica di tutto rispetto soprattutto per la provocazione e il vigore tematico che le sue opere gridavano da tutti i pori. Dopo i papier collé, i collage cubisti e il polimaterismo futurista, nei primi del Novecento il ready-made consolidò il rapporto tra arte e realtà, senza passare obbligatoriamente per l’imitazione. Ma che cos’è un ready-made? Duchamp adottò il termine ready-made per indicare un oggetto d’uso quotidiano nella sua banalità “innalzato alla dignità di oggetto d’arte per la semplice scelta dell’artista”. Marcel Duchamp aveva così modificato drasticamente il punto di vista dal quale l’oggetto era sempre stato percepito. Nessun ready-made possiede qualcosa di unico, nessun ready-made è inimitabile, tanto che anche una replica trasmette lo stesso messaggio dell’originale. L’oggetto viene scelto per la sua capacità di provocare una reazione di indifferenza visiva il più efficace possibile. Prendiamo ad esempio l’opera Fontaine, realizzata nel 1917: un orinatoio vero e proprio, un orinatoio che compare per la prima volta in un museo. Dove si nasconde la bravura di Duchamp allora? L’artista ha avuto il coraggio e la faccia tosta di riuscire a convertire l’orinatoio dal suo statuto di semplice multiplo industriale ad una dichiarazione di unicità, unicità data dal rapporto tra l’oggetto e il suo piedistallo. Tra l’oggetto e il suo luogo di esposizione.

Ed è qui che il nostro inguaribile provocatore ci ha dato una bella lezione: Duchamp ha voluto dimostrare allo spettatore quanto l’intenzionalità sia efficace, quanto la bellezza estetica possa essere anestetizzata dall’indifferenza visiva. Se un artista decide che la sua è un’opera d’arte, eccola comparire nei nostri musei. Ecco che noi paghiamo un biglietto per andare a vederla, ci facciamo una foto e il gioco dell’artista ha funzionato! Per i ready-made vale proprio questa dinamica: non sono facilmente collocabili in una categoria artistica predefinita, ma sono classificati come opere d’arte in quanto Marcel Duchamp le ha ritenute tali. Questi ready-made, di per sè, non servono a nulla, ma sono serviti a scuotere il mondo dell’arte e i suoi paradigmi estetici.

Ecco che il gesto sovversivo di Marcel Duchamp ha valenza ancora oggi. Ma allora perché non siamo tutti artisti? Tutti abbiamo un water, un orinatorio, una libreria, una “merda d’artista” da poter esporre. Sarà solo la scintilla che scocca con il pubblico a rendere l’opera d’arte come tale? L’artista non serve a niente e Fontaine ne è la migliore desacralizzazione!

 

Per approfondire:

  • –  R. KRAUSS, Marcel Duchamp o il campo immaginario, in E. GRAZIOLI (a cura di), Marcel Duchamp, Marcos y

    Marcos, Milano, 1993

  • –  M. DUCHAMP, Scritti, Abscondita, Milano, 2009

  • –  R. BARILLI, Dall’oggetto artistico al contemporaneo: la ricerca artistica 1960/70, Ellegi, Roma,1971

  • –  W. HAUSENSTEIN, Che cosa significa l’arte moderna, Morcelliana, Brescia, 1953

2 Comments
  • Ludovica Croci
    Posted at 19:07h, 15 Novembre Rispondi

    Molto interessante e puntuale!

    • Mario Giobbe
      Posted at 19:12h, 15 Novembre Rispondi

      Condivido! Davvero molto interessante

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