La ‘’dolcezza’’ incontra l’arte – Domenico Pellegrino e Ligama raccontano la Sicilia

La ‘’dolcezza’’ incontra l’arte – Domenico Pellegrino e Ligama raccontano la Sicilia

di Mery Scalisi – 2 dicembre 2020

 

Welcome in Sicily!
Nel cuore del Mediterraneo la Sicilia si presenta come un’isola del tesoro; un tesoro artistico, culturale, folkloristico e culinario che non ha precedenti e che la rendono uno dei paradisi terrestri a livello mondiale.
Vorrei attenzionare in questo pezzo il campo culinario, che vede la cucina siciliana come espressione dell’arte strettamente collegata alle vicende storiche, culturali e religiose dell’isola, e che fa di essa una cultura gastronomica regionale capace di mostrare testimonianze di tutte quelle culture che si sono stabilite in Sicilia negli ultimi millenni e che sono state tramandate di generazione in generazione.

Tra le famiglie siciliane in grado di dare sfogo all’amore e alla passione per la propria isola incontriamo la famiglia Di Stefano, di Raffadali (Agrigento), la cui attività, principalmente dolciaria, nasce nel 1986, quando il padre, Paolo Di Stefano, insieme ai figli, da vita ad un piccolo laboratorio di pasticceria artigianale a conduzione familiare, in cui verranno e vengono ancora oggi preparati prodotti locali unici, come panettoni, creme, colombe e marmellate, per ogni occasione. Per il secondo anno consecutivo la famiglia Di Stefano decide di sostenere il connubio arte- ‘’dolcezza’’, dando la possibilità ad artisti siciliani, attraverso la loro arte, di raccontare la Sicilia per immagini legate alla storia dell’isola, e immagini che possano essere accompagnate dal sapore, legato, invece, alle tradizioni.
Per questo Natale la Di Stefano sceglie la storia e la mitologia, raccontate attraverso l’arte contemporanea di due artisti siciliani, Domenico Pellegrino e Ligama, autori delle due Capsule Collection Limited Edition.

Domenico Pellegrino, artista palermitano (che quest’anno per l’iniziativa Di Stefano accoglie il testimone passato da Alice Valenti, artista scelta per la prima e scorsa edizione e autrice della prima latta d’autore) nasce nel 1974, frequenta l’istituto d’arte e l’Accademia di Belle Arti di Palermo, ama le policromie e basa la propria ricerca artistica sulle tradizioni legate alla sua terra natia, con memorie, notizie e testimonianze, basi portanti di ogni sua creazione.
Il passato, attraverso il linguaggio contemporaneo di Pellegrino, non ci sembra poi così tanto passato; esso sta a metà tra il pop e il folk. Il racconto di miti e leggende o la nascita di un supereroe oggi, ‘’pennellati’ di sicilianità, diventano attraverso il racconto che ne fa l’artista storia contemporanea.
Pellegrino in questa occasione sceglie come protagonista della sua latta d’autore un uomo il cui ingegno non ha eguali, Federico II di Svevia, uomo molto colto ed amante della cultura, che si circondò di poeti, letterati, filosofi e scienziati. I soggetti raffigurati, di chiaro rimando all’iconografia araldica e regale classica, nella latta sono un leone antropomorfo passante dai contorni dorati con la zampa anteriore destra alzata, e lungo i lati, su un fondo verde, la corona imperiale.

Ligama è l’artista, invece, che accoglie il testimone passato da Domenico Pellegrino per il piatto associato al formato Magnum ai gusti Carrubo Classico e Mela da 3 e 5kg.

Nasce nel 1986 e frequenta l’Accademia di Belle Arti di Catania. Dal 2015 decide di dedicarsi completamente alla pittura e dopo anni di ricerche artistiche inizia a concentrarsi sui pixel, pixel che diventano mobili e macro e prendono di mira la sua terra, la Sicilia.
Per l’iniziativa della famiglia Di Stefano, il giovane artista, fa ricadere la propria scelta sul mito di Scilla e Cariddi, emblematico quanto violento.
Ligama con i suoi due piatti tondi in vetro accoglie le due ninfe destinate a diventare creature mostruose; esse, impreziosite della solennità tipica della statuaria classica, emergono da uno sfondo di taglio geometrico dai colori forti.
Nonostante l’artista ritorni alle origini dell’arte figurativa, attraverso la scelta di soggetti appartenenti alla storia dell’arte classica, le caratteristiche del suo fare arte (street art) sposano con equilibrio il passato, rendendo i due piccoli piatti un murales di piccole dimensioni su una fragile superficie quale il vetro.

 

 

Mery Scalisi – Federico II di Svevia, protagonista della tua latta d’autore. Quanto la storia è importante per un artista e quanto lo è per te?

Domenico Pellegrino – Per il mio lavoro il rapporto con la storia , il mito, le tradizioni e il racconto del patrimonio immateriale è di fondamentale importanza. Potrei definirla la scintilla che accende la mia ispirazione e mi guida nella creazione dell’opera finale
Federico II è una di quelle figure come giusto per citarne qualcuna: il genio Di Palermo, santa Rosalia, che nella mia vita a Palermo sono state come un protettore una figura che ovunque vado le trovo accanto a me. Come la figura paterna al quale rendere omaggio per la loro presenza o protezione.

Il lavoro realizzato per la Di Stefano ripropone una installazione in luminaria non ancora esposta al pubblico, che rende omaggio ad un uomo illuminato, che ha reso il concetto di accoglienza già contemporaneo 1000 Anni fa. Un re che conosceva bene il significato di bellezza e capì che la Sicilia era il paradiso dei sensi.

Ho voluto rappresentare Federico II attraverso la sua icona più potente: il leone antropomorfo e la corona imperiale, ho voluto rievocare la sua luminosa essenza, la “meraviglia del mondo”.
Ho voluto tratteggiare i contorni di un uomo che più di ogni altro rappresenta l’ingegno, la mentalità libera ed eclettica e la capacità di valorizzare e integrare le diversità tipiche della storia della Sicilia.

 

M. S. – Dai supereroi alla tradizione, spirito pop e folk, in che modo le due strade possono incontrarsi?

D. P. – Per rispondere a questa domanda utilizzo alcune parole scritte per me da Andrea Dusio per l’ultima mostra a Roma della collezione dei supereroi.
Nel cuore della Vucciria, in un piccolo studio, è nata l’idea dei miei supereroi, sculture policrome e polimateriche, che realizzo alterando sapientemente l’iconografia tradizionale dei personaggi Marvel e di altre grandi franchise comics con i modi della decorazione siciliana, in una sorta di horror vacui che esprime nei dettagli la natura barocca e teatrale di questi personaggi che restano sospesi tra due mondi. Non si tratta meramente di statue, ma di eroi in azione, modellati secondo i gesti, le posture, la plastica, la memoria cinematica. Questi stucchi smaglianti come resine, che rappresentano l’esito più avanzato di una tradizione che al tempo del Serpotta dominava l’Europa, incarnano dunque una doppia natura mitica, un’identità che resta in bilico tra il moderno e l’antico, e svela l’uno attraverso l’altro. Mentre Capitan America lotta contro il suo avversario sembra misurarsi nel contempo con Hermes, dio degli atleti e dei viaggiatori, messaggero dell’Olimpo.

I supereroi per me sono le persone comuni, identificate nei personaggi dei fumetti americani come Capitan America, Spider-man, Batman, Hulk, Catwoman, Silver Surfer, etc. che a loro volta sono paragonati agli Dei dell’antichità greca e romana.Spider-man il Dio Apollo, unica divinità che rimane con il solito nome sia nel culto romano che in quello greco, in Capitan America il Dio Hermes, in Catwoman la Dea Afrodite etc. vuole mettere in luce la dualità e il rapporto tra gli Dei della mitologia greca, romana e i suoi supereroi, nuovi Dei contemporanei, che contaminano il

territorio e vengono posizionati sempre come statue sui palazzi, luoghi cittadini, interni di case con la costante vicinanza ai fiumi e al mare perché è proprio l’acqua che bagna l’isola della Sicilia dall’interno all’esterno identificando ancora una volta l’essere siciliano nei personaggi.

 

Mery Scalisi – Un tuffo nel passato: dal contemporaneo, con la street art, al mondo classico, è un attimo! In che modo sei riuscito a restare fedele al tuo modo di fare arte nonostante l’affrontare temi legati all’età classica?
Ligama – Ci sono riuscito? Questa è una domanda che mi faccio spesso, ma non in questo caso. In realtà l’arte è una cosa così grande che non ha tempo; quindi se possiamo avere il privilegio di prendere in prestito miracoli lasciati dalla storia ad arricchire i nostri occhi e i nostri cuori ed “aggiornarli” con informazioni che per ovvie ragioni cronologiche ancora non possedevano, beh, c’è poco da essere fedeli… c’è da essere felici! Io guardo l’arte classica come il tentativo dell’uomo di raffigurare se stesso in relazione all’eternità e alla perfezione, ci vedo tutto il pensiero del genere umano che deve sempre confrontarsi con il tempo e con il soprannaturale. Inoltre se ci facciamo caso quasi ogni cosa è spiegata dall’arte classica, i miti esistono per dare spiegazioni, l’arte per generare domande.

 

M. S. – Mito e leggenda per i tuoi due piatti tondi in vetro, con Scilla e Cariddi (un mito perfettamente attuale!). Raccontaci della tua scelta.
L. – La mia è stata quasi una illuminazione, non una scelta. Un pretesto per parlare di una storia così moderna, così travolgente, così siciliana. Scilla e Cariddi sono i custodi della nostra terra, con il moto perpetuo delle correnti scandiscono l’ingresso allo Stretto di Messina, consentendo l’accesso ai tesori dell’Isola solo ai viaggiatori più virtuosi… che meraviglia!

La leggenda racconta che, in origine, i due mostri fossero due ninfe bellissime. Scilla (“colei che dilania”), fece innamorare di sé il pescatore Glauco che per lei respinse la maga Circe che si vendicò, trasformando Scilla in una creatura mostruosa con sei teste di cani rabbiosi e ringhianti. Scilla sconvolta si nascose in un antro delle coste calabresi seminando stragi tra i naviganti che vi passavano vicino. Cariddi (“colei che risucchia”), figlia di Poseidone e di Gea era tormentata da una grande voracità. Mangiò i buoi di Eracle e Zeus per punirla la trasformò in un orribile mostro che ingoiava tre volte al giorno enormi quantità d’acqua per poi sputarla, trattenendo però tutti gli esseri viventi che vi trovava. Come vedi i miti servivano sempre per dare spiegazioni a fenomeni che ancora la scienza ed il progresso non avevano risolto. Forse è con la nascita della scienza che i miti finiscono il loro compito. E proprio dalla scienza, in modo particolare da algoritmi, che io ricavo i colori che utilizzo dalle mie opere e questo è il motivo per cui decido di abbinarli.

 

 


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