Le case d’asta, influencer e macchine da soldi

Le case d’asta, influencer e macchine da soldi

di Beatrice Morelli – 9 dicembre 2020

 

Protagoniste, amate e odiate, del mercato dell’arte sono le case d’asta. Sotheby’s e Christie’s sono i due operatori principali che, in pochi anni, hanno registrato un giro di affari nell’arte contemporanea per centinaia di milioni di dollari all’anno. In pratica, formano un duopolio che controlla gran parte del mercato dell’arte internazionale in tutti i settori. Mentre le gallerie hanno anche un compito di carattere culturale, in quanto si occupano di promuovere i protagonisti dell’arte o di consolidare artisti non ancora storicizzati, l’asta è una manifestazione di carattere prettamente commerciale, che presenta opere che hanno un mercato già consolidato.

Soffermiamoci un attimo su un breve accenno storico. Christie’s fu fondata nel 1766 da James Christie, che si dimise da un incarico nella marina militare per praticare la messa all’asta di proprietà mobili di importanti personaggi. Fu comprata dal settantenne Pinault, il quarto uomo più ricco di Francia. Sotheby’s fu fondata nel 1788 dal commerciante di libri Samuel Baker. Nel 1908 Montague Barlow la acquistò. Alfred Tubman vendette la suo quota di maggioranza nel 2005 e oggi la casa d’aste è una public company senza un azionista di maggioranza.

 

 

 

Il 2000 fu l’anno che segnò l’avvio di procedure legali contro Christie’s e Sotheby’s, sia da parte dell’Unione Europea che degli USA, per aver formato un cartello sulle commissioni richieste ai venditori. Al termine di una causa di class action antitrust, le due società accettarono di pagare 512 milioni di dollari a coloro che avevano venduto o acquistato opere d’arte durante il periodo in cui le commissioni di vendita non erano trattabili.

Attualmente seguono due strategie diverse: Sotheby’s dà meno importanza alle quote di mercato, si concentra sulla sua fascia più alta e non accetta più lotti di basso valore. Tra il 2005 e il 2007 ha diminuito il numero delle transazioni e dei dipendenti. Il valore medio delle loro opere è passato da 35.000 a 50.000 dollari. Christie’s afferma invece di volersi concentrare sia sulla fascia più alta che su quella intermedia del mercato, per ridurre i suoi costi fissi su ogni asta. Il valore medio per opera venduta nel 2007 è di 35.000 dollari.

Christie’s continua a precedere Sotheby’s per le vendite di arte contemporanea perché è stata migliore nel giudicare il desiderio di possesso dei potenziali acquirenti e i prezzi che essi sarebbero stati pronti a pagare.

 

 

Ma come è cambiato il mercato dell’arte? cosa si compra chi se lo può permettere?
Se durante il boom degli anni Ottanta, in coincidenza con una fase di euforia speculativa, si puntava in modo consistente sull’arte contemporanea, ora le cose sono cambiate. Se fino a poco tempo fa erano i Picasso o gli Impressionisti a fare le quotazioni più alte, da qualche tempo il collezionismo più ricco ed influente si rivolge al contemporaneo. Oggi è il dopoguerra a dettare le regole e la figurazione italiana classica appare fondamentalmente sottovalutata. Ma cosa è successo? Gli operatori più attenti, in realtà, avevano già messo in preventivo da qualche anno la possibilità di un improvviso cambio di tendenza del mercato. I gusti cambiano, le mode pure e così vale anche per l’arte. Le vendite creano l’illusione che un’opera si possa sempre convertire in denaro contante, ma non sempre è così.

Nel settore dell’arte impressionista, moderna e contemporanea, dal 1980 al 1988 il fatturato di Christie’s è passato da 573 milioni a 1.548 milioni di dollari e quello di Sotheby’s da 420 milioni a 1.400 milioni circa. Ma un altro dato molto significativo è che, nel periodo 1984-88, le vendite di arte contemporanea da Christie’s a New York si sono quintuplicate e quelle di Sotheby’s moltiplicate per nove. Mentre nel 1983 solo due opere contemporanee avevano superato la cifra di un milione di dollari, nel 1989 sono state oltre una trentina, in grande maggioranza di artisti americani, il che dimostra la forza preponderante della leadership del mercato newyorkese. I record sono stati raggiunti da un quadro di De Kooning (20 milioni di dollari) e da uno di Jasper Johns (17 milioni), entrambi battuti da Sotheby’s nel 1988 e 1989. Ma anche nel 1989 e 1990 cifre battute hanno fatto sensazione: 11 milioni Pollock, 5 Lichtenstein, 6,3 Rauschenberg, 6,3 Bacon, 5,5 Twombly, 5 Stella, 4 Warhol, 4 Dubuffet, 2,2 Hockney, 2,7 Burri, 1,7 Klein e 1,4 Fontana. Sono prezzi lontani dai record dei quadri impressionisti (75 milioni Iris di Van Gogh e 78 milioni nel 1990 per il Moulin de la Galette di Renoir) ma molto più alti in generale di quelli del mercato dell’arte dei secoli precedenti. Vari sono i motivi, tra cui i notevoli problemi legati alla certezza delle attribuzioni e l’oggettiva rarità di opere importanti di grandi maestri del passato in vendita. Al contrario, nell’arte contemporanea, l’offerta è decisamente più consistente e può essere continuamente ampliata consentendo uno sviluppo molto più rapido del mercato, attraverso manovre finanziarie ben concertate delle case d’asta, dei grandi mercanti e dei grandi collezionisti speculatori, con una crescita progressiva, nei periodi buoni, della domanda. Inoltre il collezionismo del contemporaneo è diventato ormai, per molto versi, ideologicamente più funzionale di quello d’arte antica, come segno di distinzione e prestigio per chi ambisce alla costruzione di uno status legato a un’immagine dinamica e alla moda.

Tuttavia, l’aspetto forse più eclatante è la crescita esponenziale dei prezzi battuti all’asta per opere di artisti strettamente contemporanei: Jeff Koons ha raggiunto 5,1 milioni nel 2001 con il ritratto di Micheal Jackson (fig. 2) ; La nona ora di Cattelan 2,7 milioni nel 2004 (fig. 1); The teacher di Marlene Dumas 2,9 milioni nel 2005 ecc.

L’asta è un meccanismo di scambio quindi, in cui il venditore cerca di ottenere il maggior profitto possibile dalla vendita, ed il compratore cerca di assicurarsi il bene al minor prezzo possibile. Come abbiamo detto, l’arte contemporanea è apprezzata da un numero crescente di collezionisti e sta diventando il periodo con tasso di redditività più alto. Nel 2000 il mercato dell’arte presentava al primo posto l’arte moderna, poi gli antichi maestri, l’arte del dopoguerra e infine le vendite d’arte contemporanea. Quindici anni dopo, le creazioni contemporanee rappresentano quasi la metà delle vendite mondiali. Questo mercato dell’arte contemporanea è molto concentrato e vige una sorta di economica dello star system. Non a caso il 68% del fatturato globale dell’arte contemporanea ruota intorno a 100 artisti e il 35% attorno a 10 soltanto. Tra i primi dieci citiamo Gerhard Richter, Christopher Wool, Jeff Koons, Peter Doig, Kippenberger, Fanghi, Richard Prince, Zu Xinjiang e Damien Hirst. Una parte massiccia dello sviluppo del mercato dell’arte è dovuto alla crescita economica di paesi asiatici, che ha spinto molte case d’aste ad aprire in loco nuovi punti commerciali.

L’acquisto alle aste è conveniente, quindi, per chi ha una buona conoscenza del mercato, ha un forte spirito commerciale, ama la competizione, sa cosa vuole, e prende decisioni molto in fretta. Ma non dimenticate mai, che le vendite pubbliche consentono al compratore di acquistare, oltre a un’opera d’arte, la certificazione di uno status sociale oltre che economico!

2 Comments
  • Renata Vesely
    Posted at 17:28h, 09 Dicembre Rispondi

    Davvero interessante!

  • Cinzia ghilardi
    Posted at 19:59h, 09 Dicembre Rispondi

    Articolo veramente interessante e coinvolgente..

Post A Reply to Cinzia ghilardi Cancel Reply