LOfFT: la residenza d’artista che incontra il luogo dell’anima

LOfFT: la residenza d’artista che incontra il luogo dell’anima

Di Mery Scalisi – 24 maggio 2021

 

LOfFT | Little Operations for Factory Time | micro-artist residency
Un Progetto prodotto da www.balloonproject.it a cura di Giuseppe Mendolia Calella
info: g.mendoliacalella@balloonproject.it | +39 328 4762719 IG: @lofft.residency

 

Da ormai oltre un anno la nostra esistenza è notevolmente mutata a causa del brusco arrivo della Pandemia; la nostra vita è cambiata drasticamente nelle scelte, nei tempi, nei modi di vivere la stessa e si è cercato fin da subito di ovviare alle assenze, prima di tutto, cercando soluzioni e rimedi di ogni tipo. Tra i cambiamenti che hanno avuto sicuramente un’ampia risonanza, positiva o negativa che sia, sulle nostre vite, non possiamo non ricordare il modo in cui cambia la percezione di vivere lo spazio abitativo: improvvisamente ci ritroviamo a vivere le nostre case come non abbiamo mai fatto. Forzati a restare a casa per l’emergenza sanitaria ci siamo ritrovati dentro quelle quattro mura dalla quale spesso, prima del Covid-19, cercavamo di evadere, perché magari troppo strette. E poi c’è l’arte (anzi, forse, soprattutto l’arte!), che ha subito colpi duri, in silenzio, e per questo in breve tempo si è trovata costretta a reiventarsi, rivoluzionarsi e a creare nuovi modi di comunicare. In questa breve ottica appena accennata nasce a Catania LOfFT, acronimo di Little Operations for Factory Time, un micro format di residenza d’artista ideato e condotto dal curatore e operatore culturale attivo in Sicilia Giuseppe Mendolia Calella. Calella con LOfFT fa un vero e proprio invito agli artisti: un weekend, a partire da venerdì pomeriggio, nella propria abitazione, un monolocale di circa 30 metri quadrati, in cui ogni artista scelto, rimasto da solo nell’abitazione, potrà intervenire nello spazio abitativo fino a domenica pomeriggio, momento in cui l’artista lascia l’abitazione e il curatore diventare unico fruitore dell’intervento artistico.

La prima artista invitata è Emanuela Barilozzi Caruso, nata a Roma e attiva lavorativamente a Palermo, da venerdì 30 aprile a domenica 2 maggio 2021. L’artista prima di tutto ricompone l’arredo degli interni per trovare il suo spazio e il suo angolo all’interno della casa, che la vedrà scegliere una porzione di parete che accoglie l’unica finestra, con vista sui tetti della città.

L’intervento dell’artista può essere letto come ‘’segno che non si può asportare facilmente e che dura nel tempo’’, un disegno di un personaggio a mezzo busto, metà uomo e metà bestia, ‘’nell’atto di togliersi (o forse indossare?) una maschera da tirannosauro, maschera che però sembra aderire perfettamente al resto del corpo: questa spalanca realisticamente la mascella mostrando i denti affilati. Un’immagine che non spaventa ma attrae bonariamente l’osservatore e quasi lo invita a mettere un dito sulle punte aguzze dei canini’’.

 

 

 

 

 

Incontriamo il curatore, Giuseppe Mendolia Calella, e l’artista Emanuela Barilozzi Caruso.

Mery Scalisi – Una nuova idea di residenza d’artista. Raccontaci com’è nata l’idea di far entrare l’arte dentro la tua abitazione.

Giuseppe Mendolia Calella – Il periodo che stiamo vivendo ci ha fatto considerare lo spazio domestica in maniera diversa da come eravamo abituati: da luogo di passaggio e “dormitorio” a contesto unico della nostra quotidianità. Inoltre le gallerie, i musei e i luoghi dove gli artisti possono fare e mostrare arte sono rimasti a lungo chiusi, è così che ho pensato che “la casa” potesse e dovesse diventare lo spazio di una possibile riflessione artistica.

M. S. – La propria abitazione, un luogo dell’anima. In che modo pensi che tale intervento possa influire su di te che la vivi e su chi, esterno, potrà usufruire dell’iniziativa?

G. M. C. A mio avviso non è importante che l’operazione influisca su di me (penso sia una cosa intrinseca nel progetto) quanto più che ne scaturisca una riflessione collettiva sia sul modo di vivere gli spazi abitativi, sia sull’importanza di “fruire” dell’arte e del visivo.

M.S. – Su quali principi è ricaduta la scelta degli artisti che interverranno in residenza?

G. M. C. – Sempre sull’approccio trasversale che questi applicano al loro lavoro e al fare artistico. La prima artista invitata ovvero Emanuele Barilozzi Caruso, utilizza diversi mezzi e modi per fare arte: disegno, uso della parola, performance, interventi di arte pubblica e sociale; il prossimo invece sarà Gesualdo Busacca, un antropologo. Mi interessa che si possa formulare una pensiero teorico oltre che meramente visivo.

M. S. – Cosa ti aspetti da questo nuovo progetto?

G. M. C. – Mi aspetto che molti inizino a considerare la pratica artistica come un meccanismo aderente alla vita quotidiana e al suo fluire. Che si potesse accogliere in casa un opera non solo con approccio decorativo e compiaciuto ma comprendendone l’aspetto più profondo, personale e quindi sociale. Sarebbe rivoluzionario!


Mery Scalisi – Come hai accolto l’invito di Giuseppe, nell’intervenire con la tua arte all’interno dei suoi spazi abitativi, pensati e diventati residenza d’artista?

Emanuela Barilozzi Caruso – Giuseppe mi ha proposto questo piccolo grande esperimento artistico – posso dire riuscito – con l’entusiasmo tipico dei bambini, capaci di trasmettere leggerezza e serietà nello stesso istante. Un evento raro che ho accolto con la medesima joie de vivre, intuendo subito che sarebbe stata una splendida occasione per condividere con LOfFT temi fondativi della mia ricerca come l’abitare (in senso poetico, non fisico), la fiducia nell’Altro, la solitudine come scelta naturale e creativa dell’uomo.

M. S. – La tua azione all’interno dello spazio abitativo-residenza d’artista come ‘’segno che non si può asportare facilmente e che dura nel tempo’’. Raccontaci il tuo intervento artistico.

E. B. C. – Sono entrata in casa e ho agito d’istinto, prendendomi la responsabilità di cambiare l’assetto generale della casa di una persona che mi stava ospitando. Ho spostato tutti i mobili non solo secondo il mio gusto, ma secondo un’esigenza: quella di farmi spazio per disegnare sul muro. Se Giuseppe avesse rimesso tutto come prima il mio murale sarebbe finito irrimediabilmente dietro l’armadio. Un rischio, un gioco, una bella sfida, che alla fine ha smosso entrambi profondamente. Disegnare sul muro sappiamo cosa significa fin dai tempi dei primitivi e il senso che possiede quando siamo piccoli. Avevo bisogno di realizzare questa libertà, quella delle donne di milioni di anni fa, e quella di quando da bambina ho iniziato – come tutti – e non ho più smesso.

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