“Ma noi Ricostruiremo” – invito alla mostra a cura di Mario Calabresi

“Ma noi Ricostruiremo” – invito alla mostra a cura di Mario Calabresi

di Alessia Chiarenza – 30 novembre 2020

 

Dove
Gallerie d’Italia
Piazza della Scala, 6
Milano

Periodo
Dal 9 ottobre al 22 novembre 2020.

 

Nel periodo del primo lockdown molto di noi si sono cimentati nell’arte culinaria,  realizzando antiche o nuove ricette. In questo secondo lockdown, mettendo momentaneamente da parte il grembiule e vestendo i panni dei cultori di fotografia, vi proponiamo una nuova ricetta dagli ingredienti solo apparentemente discordanti.

Prendiamo un archivio fotografico pressoché dimenticato, l’Archivio Publifoto, acquisito da Intesa San Paolo nel 2015 in un progetto di ampio respiro di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale, un prestigioso spazio espositivo per l’arte  come la sede milanese di Piazza della Scala delle  Gallerie d’Italia e un illustre giornalista e narratore come curatore della mostra, Mario Calabresi. Avremo, amalgamando con pazienza, la mostra “Ma noi Ricostruiremo”, inaugurata l’8 ottobre e prevista fino al 22 novembre, prima che il nuovo decreto del governo, per fronteggiare l’emergenza sanitaria, chiudesse tutti i luoghi di cultura. Fiduciosi in una sua proroga, vi offriamo alcuni motivi per andarla a visitare.

La mostra, curata da Mario Calabresi con la collaborazione di Giulia Ticozzi, il commento di Umberto Gentiloni, le foto storiche di Archivio Publifoto e le attuali di Daniele Ratti, offre un confronto e una riflessione tra l’esperienza bellica dei bombardamenti del 1943 e  del 1944 che lacerarono il tessuto non solo urbano ma anche sociale della città di Milano e l’esperienza della prima ondata della pandemia Covid19, che ha svuotato le nostre strade, rendendo la frenetica città meneghina desolata come le piazze metafisiche di De Chirico. Scegliendo le medesime inquadrature, con le stesse ombre e distorsioni, sono presentati i luoghi simbolo della città, fortemente danneggiati durante il conflitto e desiderosi di vita durante la pandemia, come Piazza San Fedele, la sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, come quella dell’Università Statale, Corso Vittorio Emanuele II, la Pinacoteca di Brera e Palazzo Marino. L’obiettivo non è paragonare le due esperienze, in una loro assimilazione, dato che

rimangono eventi difficilmente conciliabili, ma trovare l’elemento in comune: la speranza nella ripresa economica e sociale.

È un invito, quello implicitamente proposto, a non lasciarsi sopraffare dalla contingenza, citando Antonio Greppi, primo sindaco post Liberazione, «Molto si è distrutto, ma noi tutto ricostruiremo con pazienza e con la più fiduciosa volontà».

Il primo motivo, dunque, che vi proponiamo per visitarla è una buona dose di speranza e fiducia nelle nostre capacità e in questa «città che sale» –  pensando alla celeberrima pittura di Boccioni che mostra proprio una Milano in una frenetica azione di produzione e movimento -. Milano non può interrompere del tutto la sua connaturale spinta all’espandersi e al crescere, la pandemia  ha frenato questo slancio vitale, non lo ha messo a tacere.

 

 

Un secondo motivo, inoltre, è il costruire un più consapevole legame con la memoria della città. La memoria si conserva non solo del tramandare le esperienze dei singoli, genitori e nonni che vissero la guerra, ma anche le testimonianze del tessuto urbano, accrescendo così il rispetto per gli edifici e gli spazi pubblici della città. Una volta messo uno studente (o ex studente) di fronte alla lacerante foto del cortile d’onore centrale della Ca’ Granda, la sede dell’Università Statale in via Festa del Perdono, ridotto dopo una notte di bombardamenti ad un gigante cumulo di macerie, difficilmente passerà del tutto distratto tra quei chiostri, sotto quei portici.

Ultimo, ma non meno importante, motivo è l’inusuale taglio museografico dato alla mostra, che tradisce l’occhio da giornalista di Mario Calabresi. Ogni visitatore all’ingresso può prendere una copia del “giornale della mostra”, ovvero un dépliant esplicativo dell’esposizione reso però in formato di quotidiano. Si percepisce di essere difronte ad un curatore – giornalista per la linearità e schiettezza delle informazioni proposte, per la scelta dei pannelli esplicativi  e per l’accompagnamento di proiezioni di mappe della città sotto i bombardamenti.

È un mostra reportage, che non si rivolge  solamente ad un pubblico elitario e di settore, amante della fotografia o della storia, ma ad uno più ampio, quello dei cittadini milanesi.

 

 

 


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