Quando mito e scienza si incontrarono

Quando mito e scienza si incontrarono

di Giulia Angeli – 11 dicembre 2020

 

C’è un’immagine che mi è sempre rimasta impressa per la sua capacità di condensare l’ineluttabilità della condanna e la potenza dell’eroe: due forze contrapposte e compresenti nell’Atlante di Guercino (Fig.1).

Una volta finita la visita del secondo piano del Museo Bardini di Firenze si è invitati a scendere da un ampio scalone e lo sguardo è catturato magneticamente dai maestosi arazzi che sono esposti lungo le pareti. Il rischio, più che concreto, è quello di non accorgersi del piccolo vano che si apre di lato, una stanza piccola e immersa nell’oscurità; dal buio della parete di fondo emerge a fatica l’immagine titanica, ci attira a sé, ci convince a varcare la soglia ed ascoltare la sua storia. Nell’antica mitologia greca, Atlante fu re della Mauritania, un titano che combatté al fianco di Crono, il Tempo, nella lotta contro gli dei dell’Olimpo guidati da Zeus. La lotta, che prende il nome di Titanomachia, si concluse con la vittoria degli dei olimpici e Atlante fu condannato per la sua insubordinazione a sostenere sulle proprie spalle la volta celeste.

E quindi eccolo, un volto umano solcato da rughe profonde piene di espressività, che tradiscono la fatica di quella penitenza senza fine. Il torso e le braccia del titano ricordano la sua forza, rendendo la sua sottomissione ancora più epica. Il cielo e le stelle che deve portare sulle proprie spalle sono rappresentate come una sfera vitrea, eppure non ha niente della leggerezza e ariosità di quel materiale. Ma c’è di più. Il Guercino in questa eccezionale tela si premura di dipingere astri realmente esistenti: ben riconoscibili sono i segni zodiacali della Bilancia, dello Scorpione e del Sagittario, come anche la costellazione del Grande Carro.

L’interesse per l’astronomia si devono al committente, don Luigi de’ Medici, fratello di quel Cosimo II granduca che fu il primo protettore di Galileo Galilei. Il fascino per gli studi scientifici e le scoperte galileiane avevano condotto i Medici a collezionare strumenti sempre più moderni e sofisticati: primo fra tutti il cannocchiale. Fu così che la scienza, anche la più pericolosa tanto da essere considerata eretica, entrò prepotentemente nell’arte (non accadde solo qui: si pensi alla Immacolata Concezione del Cigoli in Santa Maria Maggiore a Roma dove la luna su cui poggia la Vergine presenta le caratteristiche “macchie” individuate da Galileo). Nel caso fiorentino, Guercino realizzò l’Atlante per Luigi de’ Medici nel 1646, appena quattro anni dopo la morte di Galilei; a breve distanza si deve collocare l’Endimione (fig.2), adesso alla Galleria Doria-Pamphilj, il cui tema tratto dall’antico porta un ancor più manifesto riflesso delle scoperte scientifiche moderne: il bellissimo giovane pastore addormentato sulla dura pietra ha in grembo un bellissimo cannocchiale.

Gli studi sui documenti d’archivio hanno permesso di ricongiungere virtualmente le due opere di Firenze e Roma, che costituivano una sorta di dittico concettuale: una traccia indelebile di come le novità delle ricerche astronomiche siano penetrate in profondità della cultura moderna contemporanea determinando nuovi codici figurativi.

2 Comments
  • Donatella Bonciani
    Posted at 11:06h, 12 Dicembre Rispondi

    Un articolo intrigante e ben scritto.

  • Serena Pi
    Posted at 22:12h, 14 Dicembre Rispondi

    Che bell’articolo! Molto interessante, bravissima l’autrice nel catturare l’attenzione e far nascere curiosità in così poche righe.

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