Se il tappeto è bianco e non rosso

Se il tappeto è bianco e non rosso

di Giulia Angeli – 1 aprile 2021

L’equinozio di primavera dà speranza perché celebra la rinascita della natura dopo i mesi dell’inverno. In un periodo così infausto come quello attuale, è inutile dire che questo giorno si carica di nuovi e più profondi significati. Ad aggiungere un ulteriore valore semantico ha contribuito il direttore artistico del Museo Novecento di Firenze, Sergio Risaliti: sua l’idea di Primo Vere, un progetto espositivo diffuso inaugurato domenica 21 marzo e tutto dedicato al contemporaneo, per il quale sono state chiamate a contribuire sei gallerie della città (Frittelli, Il Ponte, La Portineria, Poggiali, Santo Ficara e Secci). Le ultime disposizioni dovute all’andamento dei contagi impongono una nuova interruzione, ma speriamo che le porte di questi spazi tornino ad aprirsi presto al pubblico, che fino al 20 aprile troverà qui opere di giovani artisti che hanno fatto di Firenze la loro sede operativa.
Affascinata dal progetto, ho cominciato questo cammino in più tappe da La Portineria – progetti arte contemporanea. Si tratta di uno spazio espositivo inaugurato nel febbraio 2020 nel quartiere di Campo di Marte (già il fatto che si trovi fuori dal centro storico merita una menzione, a mio parere). In occasione di Primo Vere, La Portineria propone un progetto di Marco Mazzoni: Two Drawings and a Carpet.

Partiamo dai disegni. Il gesto frenetico e violento del pennarello nero delinea sulla carta bianca due figure di lupi latranti, le loro fauci spalancate non fanno altro che riflettere la violenza del tratto grafico. Le fiere sono rivolte l’una verso l’altra, si fronteggiano appese alle pareti opposte della galleria e questo suggerirebbe uno scontro imminente.
Ma è decisamente il tappeto che risveglia la mia attenzione più di ogni altra cosa. Si tratta di una lavorazione manuale e direi artigiana in TNT (tessuto-non-tessuto), che viene tagliato in strisce successivamente intrecciate, così da formare una trama regolare. La monocromia del materiale è resa vibrante dal reticolo che formano le strisce, rievocando in me le lezioni universitarie dedicate ad Enrico Castellani: la tela bianca veniva in quel caso tesa e deformata al punto da non sembrare più una base monocroma ma una realtà dinamica e viva.

 

L’intervento di Mazzoni potrebbe essere un ottimo esempio di opera site specific, termine ormai usato e spesso abusato dalla critica d’arte contemporanea ma qui assolutamente pertinente. Si vuole così indicare un oggetto artistico che viene creato per una destinazione espositiva ben definita, tanto che la locazione finale determina la scelta dei materiali dell’oggetto stesso oppure, come in questo caso, determina le dimensioni di esso. Mazzoni ha misurato l’ambiente a disposizione presso La Portineria e ha creato un tappeto occupando quanta più superficie possibile, lasciando solamente uno stretto bordo libero e praticabile. L’operazione di misurazione è resa esplicita e tangibile dal fatto che la trama del tappeto è costituita da strisce tutte di uguale larghezza: quest’ultima diventa quindi l’unità di misura, lo strumento con cui l’artista interagisce con lo spazio e quindi il suo metodo per comprenderlo. La creazione materiale si trasforma quindi in un percorso di conoscenza che il visitatore è invitato a rivivere.
Il tappeto inoltre fa emergere con forza il carattere performativo che contraddistingue la pratica di Mazzoni, soprattutto nella sua partecipazione al collettivo artistico Kinkaleri. Chiunque si rechi a La Portineria è costretto ad entrare in dialogo con il tappeto: può decidere di camminare intorno ad esso, in bilico su quella stretta striscia di pavimento lasciata libera, ma può anche attraversarlo diagonalmente, dato che non ci sono cordoni a suggerire o imporre un percorso. Non vi è una scelta giusta e una sbagliata, anzi: trovo che la forza di questo oggetto risieda proprio nel fatto che interroga prepotentemente il visitatore, che non è più spettatore passivo ma attore stesso della performance. Non si vuole certo suggerire un agire sconclusionato e distruttivo, quanto piuttosto invitare a riflettere sull’atteggiamento solitamente reverenziale che abbiamo nei confronti dell’arte per superarlo in vista di un’attitudine più dinamica e critica.

Ci si potrebbe preoccupare di lasciare un segno indelebile, una non tanto nobile pedata, su questa superficie bianca che ci accoglie e ci disorienta allo stesso tempo. Eppure credo che proprio questa eventualità sia interessante: quando questa mostra chiuderà, il tappeto non sarà lo stesso tappeto che è stato presentato il 21 marzo. Il segno del tempo, la degradazione naturale del materiale unita all’azione del visitatore restituiranno un oggetto nuovo, segnato dall’azione performativa dell’attore probabilmente meno stimato del mondo dell’arte: il pubblico stesso.

2 Comments
  • GUIDO ACHILLE MIGNINI
    Posted at 10:37h, 03 Aprile Rispondi

    Passeremo una Pasqua piena di divieti ! Questo bel contributo fa sperare , comunque , che presto si possa di nuovo fruire delle occasioni artistiche e generalmente di vita alle quali eravamo assuefatti. Forse daremo nuova importanza a qualità cui ci eravamo banalmente abituati ; percorreremo spazi e calpesteremo “tappeti” di ogni forma e colore .

  • Donatella Bonciani
    Posted at 16:18h, 03 Aprile Rispondi

    Brava Giulia, concordo sulla lettura che dai del “bianco tappeto” e della possibile e auspicata contaminazione da parte del visitatore. Questo messaggio è quanto mai vero secondo me di fronte ad un’opera contemporanea, quindi i tuoi suggerimenti sono come sempre alquanto preziosi.

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